Skip to main content
Forum Euromediterraneo dell'acqua Roma 2026

Contattaci

© One Water Italy. All rights reserved.
Designed by dot360.it.

Per una nuova civiltà dell’acqua nel Mediterraneo

26 Marzo 2025
Erasmo D’Angelis
di Erasmo D’Angelis
Per una  nuova civiltà dell’acqua nel Mediterraneo
Per una  nuova civiltà dell’acqua nel Mediterraneo

      Foto di Tulli Franco

Verso il Forum Euromediterraneo dell’Acqua “Roma 2026" con la partecipazione di 45  delegazioni di Paesi del Mare Nostrum, nelle tappe di avvicinamento che organizzeremo in varie città, per la prima volta affronteremo insieme il tema più vitale: l’acqua. Con tutti i suoi problemi e le opportunità di soluzioni oggi disponibili per la sua gestione per superare fasi di “poca acqua” o “troppa acqua” con nuove tecnologie e infrastrutture, per la migliore regolazione e integrazione degli utilizzi, per il massimo rispetto e per la cura della più importante risorsa.
Per quanto i popoli del Mediterraneo hanno realizzato nella lunga storia dell’umanità nella gestione dell’acqua, e per quanto il Mediterraneo rappresenta oggi, partiremo da un dato di realtà: non tutti i mari sono uguali. Se ce n’è uno che ha fatto e può fare ancora oggi la differenza, questo è nostro Mediterraneus, lo storico mare “in mezzo alle terre” dalle impareggiabili e vitali funzioni e crocevia e culla di civiltà.
Il suo assetto geologico si è delineato all’incirca 5 milioni di anni fa come un larghissimo lago più che come un grande mare, ed è in effetti un vastissimo specchio d’acqua semichiuso che comunica con l’Oceano Atlantico dallo Stretto di Gibilterra, e con l’Oceano Indiano attraverso il Mar Rosso dal canale artificiale di Suez, ed ha scambi di acque con il Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli e il Mar di Marmara dallo Stretto del Bosforo. Le sue coste sono in maggioranza alte e rocciose, e quelle basse e sabbiose sono estese soprattutto in corrispondenza di apparati deltizi dei fiumi. E che fiumi! Pensiamo al Nilo e al Rodano, all’Ebro e alla Voiussa, alla Marizza e a tutti i nostri fiumi italiani dal Po al Tevere, dall’Arno al Volturno, dal Crati al Simeto!
L’intero bacino mediterraneo ha una superficie di 2.505.000 km², una larghezza di quasi 4.000 km e la lunghezza costiera di 46.000 km. Bagna 21 paesi di 3 continenti – Africa, Asia ed Europa – dove vivono oggi circa 450 milioni di persone: 11 Paesi sono in Europa (Spagna, Francia, Monaco, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Albania, Grecia e l’insulare Malta), 5 in Asia (Turchia, Siria, Libano, Israele e l’insulare Cipro) e 5 in Africa (Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco). Da Mare Nostrum si divide in ulteriori mari: Mar Ligure, Mar di Sardegna, Mar di Sicilia, Tirreno, Ionio, Adriatico, poi il Mare Egeo, i bacini del Mar di Alborán, Mar delle Baleari, Golfo di Sidra o Gran Sirte, Mar di Levante. Ci si affacciano epiche città da Barcellona a Marsiglia, Napoli, Atene, Beirut, Alessandria d’Egitto, Tripoli, Tunisi, Algeri, Istanbul.
È un grande mare costellato di isole che sono doni della natura ed emergono dalle acque invitando da sempre a viaggi e scambi. Le due isole maggiori sono le nostre italiane, la Sicilia e la Sardegna, poi Cipro, Corsica e Creta, le isole delle Baleari e delle Cicladi, le isole dell’arcipelago toscano e del Dalmata. La profondità marina media è di 1.500 m e il punto più profondo è l’Abisso Calipso nello Ionio a 5.270 m. La salinità media va dal 36,2 al 39%.
La Regione Mediterranea è stata sempre “addolcita” dal clima più invidiabile del mondo perché mitigato dalla massa d’acqua marina ad una temperatura media superficiale abbastanza costante e intorno ai 12 gradi, che ha sempre regalato estati secche più o meno calde a seconda della zona, ma ventilate, e inverni freddi e piovosi ma con temperature decisamente accettabili e confortevoli. L’inverno Mediterraneo, come ricorda Fernand Braudel in “Memorie del Mediterraneo”:
“…ha la sua dolcezza; nelle pianure più basse nevica raramente; a volte si hanno giornate serene e soleggiate senza che per forza soffi il mistral o la bora; il mare stesso offre una calma inattesa, e le barche a remi possono avventurarsi al largo per breve tempo; in fondo, questa stagione delle tempeste è anche il tempo delle piogge benefiche. I contadini di Aristofane possono rallegrarsi, chiacchierare, bere, stare in ozio mentre Zeus, con grandi rovesci d’acqua, “feconda la terra”.
Il Mar Mediterraneo è poi un’area marina di transizione, fa da confine climatico tra le aree tropicali e quelle delle medie latitudini, e l’escursione termica viene attenuata dall’azione termoregolatrice del mare. I climatologi il suo clima lo indicano da sempre come “temperato”, il più gradevole e finora il più prevedibile, il clima dolce e leggendario, termoregolato dalla presenza del mare-lago con acque meno fredde degli altri mari che trattengono il calore estivo rilasciandolo durante il periodo invernale. L’essere ad una media latitudine e avere un clima incomparabile con altre aree lungo la stessa posizione, è un privilegio purtroppo oggi messo in discussione e che sta condizionando la disponibilità di acqua in molte aree e per lunghi periodi. Il Mediterraneo, infatti, è uno dei “laboratori” degli effetti del riscaldamento globale, tra i principali hotspot nel mondo.
Il Copernicus Climate Change Service dell’UE segnala ormai da anni ogni anno, compreso il 2024, come il più caldo e con i peggiori eventi estremi come siccità, alluvioni e incendi, e la rete di scienziati euro-mediterranei a partire dal Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici, monitora il bacino Mediterraneo come l’area dove il riscaldamento sta correndo a una velocità del 20% superiore alla media globale, con la temperatura del periodo pre-industriale già superata da range locali di aumento da 1,2 a 3 gradi, e con alcune variabili climatiche ormai compromesse. Si è molto indebolito, ad esempio, l’effetto-cuscinetto sulla nostra penisola italiana dell’anticiclone delle Azzorre, l’area di alta pressione che d’inverno soprattutto favoriva condizioni di tempo stabile e soleggiato e, con le masse d’aria temperate, scongiurava d’estate le ondate di calore eccessive, tenendo il clima in equilibrio e mitigando le basse pressioni del Nord Europa o quelle troppo calde dell’Africa. Il clima cambiato fa sì che l’anticiclone africano entri con maggior frequenza e con diverse ondate di calore, e i deficit pluviometrici prolungati determinano effetti sulle acque e l’ambiente naturale, l’agricoltura e le aree urbane.
Il Mediterraneo è, insomma, oggi uno dei punti di maggior fragilità climatica del globo. La fortuna del mare stabilizzatore del clima che accumulava tanto calore ed energia, ora vede quasi invertire la sua funzione: da stabilizzatore si è trasformato in “propulsore” di catastrofi meteo-climatiche. Le previsioni di impatto sono piuttosto preoccupanti, con due principali fenomeni. Il primo prevede circa 250 milioni di persone che vivono oggi nel bacino mediterraneo con problemi di scarsità idrica ben prima della metà del secolo. Il secondo fenomeno vede le aree costiere condizionate dal rapido innalzamento del livello del mare per il sempre più rapido sciogliemento dei ghiacciai e dei nevai, con livelli a fine secolo tra 80 cm e 1 mt in alcune aree e in altre aree tra 20 cm e 40 cm già nei prossimi decenni. Sono livelli comunque sufficienti a salinizzare le acque di falda della maggior parte delle terre agricole di pianura a partire da quelle sul Delta del Nilo, a creare emergenze per decine di milioni di persone e crolli di economie locali costiere per stabili inondazioni.
Sono problemi da affrontare da oggi con politiche di difese e adattamento, con tecnologie di monitoraggio e di allerta, con investimenti locali e regionali, con soluzioni che l’Italia  può indicare, a partire dal MOSE che oggi sta salvando Venezia dall’Aqua Granda come unica grande città costieta del Pianeta. Un segnale verso quella prevenzione concreta che richiede una visione glocal e integrata degli investimenti e delle soluzioni coordinate anche su scala mediterranea.
Lo scenario climatico mostra poi fasi di carenza o di mancanza d’acqua, e l’aumento di aree in aridità nei vasti territori costieri soprattutto. Le cause sono diverse: dalla modifica delle precipitazioni con fasi di siccità sempre più prolungate e fasi di alluvioni improvvise che vediamo in aumento per frequenza e intensità. La seconda è l’abbassamento del livello delle falde idriche dolci costiere, con l’esaurimento per l’ingresso di acqua salata che filtra fino a contaminare la falda acquifera dolce, trasformandola in salata e provocando l’abbandono di terre coltivate. È il fenomeno che sta colpendo gli acquiferi costieri anche italiani sia nel Sud e sulle isole che nella Maremma Toscana e nell’alto Adriatico tra Padova e Venezia.
Sappiamo bene che dove c’è troppo sale, manca la vita. Il Mar Morto, nomen omen, il grande lago salato che bagna Israele, Cisgiordania e Giordania, si chiama “Morto” perché l’acqua notevolmente salata non consente forme di vita, fatta eccezione per alcuni tipi di batteri. E come accade per il mare, anche per i terreni la salinizzazione dei suoli impedisce la crescita di piante, ed è una delle cause principali della desertificazione – fenomeno da non confondere con la desertizzazione che richiama l’espansione dei deserti – che colpisce e colpirà direttamente l’irrigazione sulle fasce costiere, soprattutto nei Paesi meno sviluppati, con scenari non solo di grande sete ma di fame.
La contaminazione di acqua salata delle falde dolci sotterranee è già oggi un problema per circa il 25% delle terre coltivate lungo le coste mediterranee. E ogni anno, circa 2 milioni di ettari di terreni coltivati sono condizionati da salinizzazione, e le superfici tendono ad aumentare. Basta uno sguardo dall’alto anche alle valli del Tigri e dell’Eufrate irrigate da diecimila anni prima di Cristo, che oggi presentano grandi distese improduttive.
L’European Drought Observatory, l’osservatorio del Joint Research Centre della Commissione Europea, mostra anche l’Italia come uno dei Paesi front line nell’area del Mediterraneo per l’avanzata della desertificazione, che
condiziona ormai circa un quarto delle terre coltivate nel mondo, con percentuali superiori nelle aree medio orientali, in Cina e Africa, nell’area del Mediterraneo lungo le coste, con perdite costanti di terreni agricoli. Sono a forte rischio di aridità il 44% del territorio della Spagna, il 33% del Portogallo e il 20% della Grecia e dell’Italia, ma con picchi interni ai Paesi molto più alti.  Con l’attuale trend del calore, il Sud dell’Europa e il Nord Africa potrebbero subire consistenti riduzioni di produttività agricola, oltre a perdita di biodiversità di ecosistemi naturali, con l’aumento dei fattori di disturbo biotici come attacchi batterici e parassitari, e abiotici come siccità e incendi sempre più difficili da contrastare.
In Italia, l’Associazione Nazionale dei Consorzi di bonifica, su dati CNR, proietta rischio sul 70% dei suoli agricoli disponibili della Sicilia, 58% del Molise, 57% della Puglia, 55% della Basilicata, fra il 30% e il 50% di Sardegna, Marche, EmiliaRomagna, Toscana, Umbria, Abruzzo e Campania, e quote minori nelle altre regioni. Le aree agricole o ex agricole da allarme rosso sono oggi tra Agrigento, Siracusa, Reggio Calabria, Potenza, Bari, Foggia, Sassari. In altre zone si segnala l’inizio della prima fase dell’inaridimento.
Ci sono territori italiani che hanno alle spalle annate siccitose e di caldo estremo con punte ma toccate, con l’aumento dei periodi di siccità passati in media da 40 a oltre 150 giorni l’anno.
Per questo sono fondamentali i potenziamenti infrastrutturali per immagazzinare, distribuire, depurare, riusare, gestire le acque. Serve un salto di qualità nella modellistica e nelle tecnologie, nella programmazione di nuovi schemi idrici con connessioni e interconnessioni tra invasi e acquedotti, di servizi sempre più integrati per il risparmio e il riuso, per opere per città sostenibili e in grado di gestire lo scorrimento di acque fluviali e pluviali.
E per tutto questo il primo Forum EuroMediterraneo dell’acqua “Roma 2026” sarà anche un grande “cantiere aperto” di cultura dell’acqua e di idee e soluzioni tecnologiche e infrastrutturali innovative e più adatte alle specificità climatiche territoriali e alle caratteristiche dei suoli.
Il salto di qualità della crisi climatica richiede alle nostre generazione un salto di qualità nel ripensare e riorganizzare le strategie idriche con misure ambiziose e realistiche. La nostra risorsa più importante non può restare ai margini degli investimenti pubblici. Le reti idriche sono sempre più asset strategici che richiedono costanti investimenti nelle reti infrastrutturali da oggi e nei prossimi anni poiché spesso le crisi idriche svelano inesorabilmente crisi di infrastrutture idriche.
L’Italia è pronta e si presenterà come un Paese industrialmente e tecnologicamente ben attrezzato e in grado di affrontare, senza timori, questa fase climatica inesplorata, e di realizzare positivi scambi e connessioni con il resto dei Paesi del Mare Nostrum. Per una nuova cultura e civiltà dell’acqua.

Resta in contatto
con noi

Desideri approfondire alcuni argomenti?
Non esitare a contattarci!